Oggi voglio parlarvi del fenomeno dell’osservatore, già ampiamente descritto dalla fisica quantistica nei termini che andrò fra poco a sintetizzare in maniera semplice. Prima, però, voglio porre in evidenza il fattore che mette in correlazione la fisica quantistica col buddismo.
Infatti, proprio come in fisica quantistica si parla del fenomeno dell’osservatore, anche nel buddismo, millenni prima della nascita della fisica dei quanti, si parlava dell’osservatore come dell’osservazione in se stessa, ciò in riferimento a specifiche tecniche che si utilizzano da sempre durante la meditazione. Dopotutto, non è solo in materia di osservazione che incontriamo dei punti d’incontro fra il buddismo classico e la fisica quantomeccanica.
Anche il termine Maya, che nel buddismo sta ad indicare l’illusione dei sensi, viene ripreso dalla fisica quantistica, seppure in termini diversi, quando essa parla dell’illusione della materia, essendo quest’ultima solida solo in apparenza. In realtà, secondo la fisica quantistica anche il muro più duro è pura illusione, essendo questo costituito da particelle oscillanti ad altissima velocità che danno solo l’illusione della solidità, ciò a causa dell’altissima velocità di oscillazione stessa.
I primi a parlare dell’interazione tra oggetto osservato e soggetto osservante furono i fisici quantistici Werner Heisenberg, Niels Bohr e successivi. Essi descrissero questa interazione fra materia e individuo come il fenomeno dell’osservatore: in base a questo fenomeno, la semplice presenza di una persona durante un esperimento può portare a risultati diversi rispetto al caso in cui questa persona fosse assente.
Certo, nel buddismo si parla di osservazione come metodo per distaccarsi dai propri pensieri allo scopo di trascenderli per potersene, infine, liberare per arrivare ad uno stato di “non mente”, essenziale per espandere la coscienza durante la meditazione. Tuttavia, secondo me, il solo fatto di osservare i propri pensieri tendendo, per ciò stesso a farci uscire dal circolo vizioso che tenderebbe a farceli ripetere ossessivamente per un numero di volte pressoché infinito, ci permette, per ciò stesso, di cambiare.
A questo punto è facile trovare dei punti in comune fra la fisica quantistica e la meditazione buddista. In entrambi i casi, infatti, è facile scoprire come, attraverso la semplice interazione con un fenomeno (osservando il pensiero nel caso della meditazione o un determinato oggetto nel caso del fenomeno dell’osservatore rilevato in fisica quantistica), è possibile modificare il fenomeno stesso.
Il solo osservare qualsiasi processo, sia esso un pensiero o un evento, ne modifica il finale. Ciò avviene ad opera del soggetto osservante e in base al suo stato d’animo. Se ad osservare un pensiero è una persona con un grado di consapevolezza basso, i risultati non saranno dei migliori. Mentre se, viceversa, ad osservare un pensiero, o un fenomeno, sarà una persona con una consapevolezza osservante esercitata ed una fede in qualcosa di più grande di lei, i risultati saranno pari alle aspettative dell’osservatore stesso.
In altre parole, si può osservare un fenomeno pensando a tutt’altro, oppure osservare un determinato accadimento pensando alla realizzazione di un suo possibile finale in base al proprio potere di osservazione esercitato. I risultati saranno diversi. In particolare, nel caso in cui il fenomeno sia osservato da un semplice passante, gli effetti dell’osservatore sul fenomeno osservato saranno diversi a seconda dell’umore dell’osservatore stesso, umore che determinerà ordini diversi di aspettative legate al fenomeno.
Mentre, invece, nel caso in cui il fenomeno venga ad essere osservato da una persona che nutre aspettative fortemente positive ed orientate ad una felice evoluzione del fenomeno, i risultati saranno sempre positivi, ciò grazie anche al potere della fede.
Quanto detto vale anche per il lavoro su di se durante la meditazione. Quando si osservano i pensieri e per il fatto stesso della loro osservazione da parte nostra, in quel momento essi cambiamo. Questo cambiamento avviene grazie al fatto che, osservando il pensiero smettiamo d’identificarci con esso e ci eleviamo, per ciò stesso, ad un livello di coscienza superiore operando, per ciò stesso, un cambiamento duraturo e definitivo.
Ovviamente, per mantenere i risultati ottenuti attraverso l’osservazione di se come dei fenomeni che ci circondano, occorre esercitarsi nell’atto di creare la realtà in base alle proprie esigenze smettendo, al contempo, di continuare a credere che la Vita sia frutto del caso e che Dio sia lontano da noi.
Vincenzo Bilotta
Fonte: http://vincenzobilotta.blogspot.com/2015/11/osservarsi-per-cambiare.html

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